La tradizione della tessitura in Valtellina è testimoniata dai primi del ‘700 nei documenti pubblici e privati ed è stata una delle principali fonti di lavoro per gran parte dei valligiani.

Si trattava principalmente di lavorazione della canapa e della seta che inizialmente fu monopolio di Giovanni Fumasi mentre nel 1781 la coltivazione del gelso si era diffusa tra gli abitanti di Sondrio e esistevano alcune filande di seta lungo il Mallero.

Durante il periodo della Repubblica Cisalpina la gelsicoltura venne quasi completamente abbandonata e rimasero solo alcune filande a Morbegno e Chiavenna.

Più tardi ripartì la pratica della coltivazione del gelso tanto che la piana di Sondrio ne fu riempita assumendo un aspetto unico caratterizzato dai filari intersecantisi a scacchiera.

Dal dominio austriaco in avanti, le filande aumentarono costantemente e nella metà del 1800 a Sondrio l’opificio Valperta e l’opificio Rossi gareggiavano in grandezza.

In questo periodo c’erano 24 filande per la torcitura della seta, che lavoravano circa 110.000 kg di bozzoli.
Le filande erano distribuite a Chiavenna, Chiuro, Delebio, Grosotto, Ponte in Valtellina, Sondrio, Talamona, Tirano e Morbegno.

Ai primi del ‘900 in provincia erano rimasti pochi opifici per la lavorazione della seta a Delebio, Dubino Talamona e Morbegno quest’ultimo con filatoio per le trame e gli organzini e uno stabilimento di tessiture.

Negli anni precedenti al 1930, in provincia di Sondrio la coltivazione di gelso era ancora estesa, soprattutto nella media e bassa Valtellina e nel chiavennese, la bachicoltura aveva quindi qualche possibilità di sviluppo.

In seguito, malgrado il tentativo di rilancio promosso dal regime fascista con la proposta di incentivazione degli “allevamenti familiari, il crollo del prezzo dei bozzoli e le malattie delle piante portarono all’esaurimento della tradizione secolare della bachicoltura locale.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here